Retake, la città come bene comune: la rigenerazione urbana passa dai volontari
Vedere, sentire, agire: è questa la filosofia di Retake, fondazione ETS che promuove la cura degli spazi pubblici attraverso azioni concrete di cittadinanza attiva.

Se scegli di dedicare un giorno libero alla comunità, in realtà lo stai dedicando anche a te.
Nata a Roma dal basso, oggi è presente in 68 città italiane e coinvolge migliaia di volontari in attività di pulizia, rigenerazione urbana, educazione ambientale e inclusione sociale. A Torino, il rilancio del gruppo passa anche dall’impegno di Sofia Sarnataro, giovane dottoranda che ha contribuito a ridare energia a una rete locale fatta di relazioni, partecipazione e senso civico.
Vedere, sentire, agire. Vedere ciò che accade accanto a noi. Sentire la necessità del bene comune. Agire per prendersi cura degli spazi pubblici delle città italiane con azioni concrete. Retake è una fondazione ETS e il suo nome significa proprio questo: “riprendere”. Riprendere ad avere attenzione per la salvaguardia ambientale, per una custodia responsabile dei luoghi in cui viviamo.
Presente in 68 città italiane, dal 2009 Retake ha realizzato 11.520 azioni dedicate al decoro urbano, alla rivitalizzazione delle aree verdi, al recupero di luoghi iconici, all’educazione ambientale anche nelle scuole e a progetti di inclusione sociale. I suoi strumenti principali sono i clean-up (giornate di pulizia), lo stacchinaggio (rimozione di adesivi e affissioni abusive) e gli interventi di rigenerazione urbana.
L’obiettivo è promuovere bellezza, vivibilità e riqualificazione urbana attraverso la diffusione del senso civico. Il principio guida è quello della sussidiarietà orizzontale, sancito dall’articolo 118 della Costituzione, che attribuisce ai cittadini un ruolo attivo nella gestione dei beni comuni, in dialogo con le istituzioni locali.
Retake pratica un volontariato leggero, aperto e a chiamata tramite i social: non richiede percorsi rigidi, strutture complesse o forme forti di appartenenza, ma si attiva attorno a singole azioni concrete rivolte alla cura dei beni comuni. La partecipazione è semplice e immediata: si aderisce a una call to action, si mette a disposizione un po’ di tempo e si interviene insieme nello spazio urbano.
La rinascita di Retake Torino
Tra i volontari che diventano protagonisti del cambiamento sociale c’è Sofia Chiara Sarnataro, 28 anni, dottoranda in Materials Science and Technology al Politecnico di Torino. L’incontro con Retake è avvenuto quasi per caso.
«Mi lamentavo del degrado che vedevo in giro e ho scoperto che una persona con cui parlavo era referente di Retake in un’altra città», racconta. Da quel passaparola è nato il contatto con il coordinamento nazionale e la possibilità di rimettere in moto anche Torino, dove il gruppo era esistito in passato, ma nel tempo si era sfilacciato fino quasi a sparire.
La rinascita di Retake Torino passa anche dal suo impegno. Sarnataro riallaccia i contatti, ricuce i rapporti e riparte da zero: «Ci provo io, almeno per il momento». La prima azione, meno di due anni fa, è stata la pulizia dei segnali stradali diventati illeggibili perché ricoperti di adesivi pubblicitari.
«Ho capito subito che Retake non significa solo pulire le strade o riqualificare gli spazi comuni, ma anche costruire ponti sociali. Ho incontrato persone diverse per età, cultura, studi, che avevano però un obiettivo comune. E mentre agiscono parlano, si conoscono, si raccontano le proprie storie. Entrano in relazione e costruiscono rapporti autentici».
Rigenerare i luoghi, creare comunità
L’esperienza del volontariato, racconta Sarnataro, permette di uscire dalla propria cerchia abituale e dalla propria zona di comfort. Si creano piccole comunità, si contrasta l’isolamento sociale delle persone più anziane, si aiuta chi è arrivato in Italia a imparare meglio la lingua, si favoriscono relazioni tra generazioni diverse e si rafforza il senso di appartenenza.
«Se scegli di dedicare un giorno libero alla comunità, in realtà lo stai dedicando anche a te. Ne beneficiano naturalmente anche i luoghi e le persone che li vivono, perché un luogo bello, pulito e curato migliora anche l’umore».
Tra le iniziative realizzate da Retake Torino ci sono clean-up in parchi e spazi verdi, interventi in aree centrali e periferiche, attività nelle scuole e negli asili. Un esempio è Regio Parco, area periferica ma molto amata dai volontari, dove sono state organizzate passeggiate ecologiche con raccolta dei rifiuti. In altre occasioni il gruppo è intervenuto in zone più centrali, come nei pressi del Lingotto, perfino durante il periodo natalizio, con cappellini di Natale e musica, trasformando un gesto di cura in un momento di condivisione.


Il lavoro educativo con scuole e bambini
Una parte fondamentale dell’attività di Retake Torino riguarda il lavoro con le scuole. Il gruppo ha partecipato a progetti educativi che uniscono teoria e pratica: lezioni interattive sui rifiuti, attività di pulizia e decorazione degli spazi scolastici, realizzazione di giochi sull’asfalto.
In un asilo, per esempio, i volontari hanno organizzato incontri per spiegare ai bambini come riconoscere i rifiuti e come fare correttamente la raccolta differenziata. «Al momento abbiamo due filoni principali», spiega Sarnataro, «uno dedicato alla sensibilizzazione dei più giovani e uno più operativo, sul territorio».
Quando lo spazio pubblico diventa "di nessuno"
Un altro elemento centrale emerso dall’esperienza torinese è il rapporto tra cittadinanza attiva e qualità dello spazio urbano. Secondo Sarnataro, la fragilità più grande di Torino — ma in fondo di molte città — è che gli spazi pubblici vengano spesso percepiti come “spazi di nessuno”.
È da qui che nasce il degrado: se un luogo non viene vissuto e sentito come proprio dalla comunità, finisce per essere trascurato, sporcato, abbandonato. Tra gli esempi citati da Sarnataro ci sono i Giardini Reali Inferiori, nel centro di Torino: un parco molto bello, dotato anche di aree giochi per bambini, dove però si trovano spesso mozziconi, vetri rotti e rifiuti pericolosi.
«I bambini sono i più fragili», osserva. «Non si rendono conto del pericolo immediato. Per questo ci siamo fermati proprio lì, nell’area giochi». Per lei il degrado non è soltanto una questione estetica, ma anche sociale: quando gli spazi comuni non vengono vissuti dalla comunità, diventano terreno fertile per l’abbandono e la marginalità.
Ostacoli e progetti futuri
Le difficoltà non mancano. La principale è la burocrazia necessaria per organizzare le attività più complesse, a cui si aggiunge talvolta una certa diffidenza verso le realtà associative, che devono dimostrare di essere davvero gratuite e trasparenti.
Tra i progetti futuri c’è la riqualificazione di alcune panchine in una zona di mercato molto frequentata, soprattutto da persone anziane. L’idea è semplice ma importante: intervenire prima che il legno si rovini del tutto, restituendo sicurezza e dignità a uno spazio quotidiano di socialità.
«Il nostro messaggio è semplice», conclude Sarnataro. «Noi esistiamo e partecipare è facile, tramite Facebook e la nostra app: poi bastano un paio di guanti e due ore del proprio tempo».
Un modello locale dentro una rete nazionale
Ciò che distingue Retake Torino è la capacità di tenere insieme una rete nazionale e una dimensione molto locale, quasi di quartiere. Non solo organizzazione, ma anche attenzione alla persona, ascolto, inclusione e relazioni. La rigenerazione urbana, in questa prospettiva, non passa soltanto dalla pulizia, ma dalla capacità di far rinascere, insieme ai luoghi, anche la comunità che li abita.
Il caso torinese è rilevante ed emblematico: mostra come la rigenerazione urbana a basso costo possa attivare giovani adulti - molti dei volontari sono studenti e l’età media è sotto i 35 anni - attraverso un modello leggero, agile, facilmente replicabile. È un esempio chiaro di come la cura dello spazio pubblico possa diventare una leva per la costruzione di capitale sociale urbano.



Le origini di Retake: da Roma a tutta Italia
Retake nasce a Roma dall’iniziativa spontanea di Rebecca Spitzmiller, docente universitaria di Roma Tre, che, di fronte al degrado del proprio palazzo e all’inerzia dell’amministratore, decise di intervenire personalmente insieme ai figli per ripulire le scritte vandaliche.
Vedendola, altre persone iniziarono a fare lo stesso. Da una singola azione dal basso nacque prima un gruppo Facebook, poi un’associazione di volontariato e infine la Fondazione Retake ETS, che oggi funge da “organizzazione madre” e garante legale e burocratico per i referenti locali. A livello territoriale, come nel caso di Torino, l’organizzazione resta snella e spesso informale.
Negli ultimi anni il movimento ha iniziato a confrontarsi anche con strumenti più strutturati, come la partecipazione a bandi e progetti di più ampia portata. Tra gli esempi più significativi c’è l’accordo di Retake Roma per la rigenerazione e la gestione del Parco degli Acquedotti.
La visione di Fabrizio Milone
«Ogni territorio interpreta la missione di Retake secondo le proprie esigenze: c’è chi si occupa di parchi, chi di scuole, chi di orti urbani, chi di arte pubblica». A raccontarlo è Fabrizio Milone, presidente della Fondazione Retake Ets, che definisce l’organizzazione «la più grande palestra di educazione civica d’Italia».
Le persone oggi hanno bisogno soprattutto di due cose: ritrovarsi e stare insieme. Viviamo in una società piena di solitudini.
A Bari, città in cui Milone è impegnato da circa dieci anni, l’esperienza si è tradotta anche in un importante lavoro sui murales. «Ne abbiamo realizzati 43», racconta. «Siamo partiti dalla pulizia di luoghi vandalizzati e gradualmente abbiamo sostituito le scritte con opere artistiche legate alla storia e all’identità del territorio».
Tra i soggetti scelti negli anni ci sono il calciatore Igor Protti, la tradizione della lotta greco-romana, Magellano, Pasolini: figure e simboli che hanno permesso di intrecciare memoria urbana, partecipazione civica e senso di appartenenza.

La rigenerazione urbana come rigenerazione umana
Per Milone, il cuore del progetto non è soltanto estetico. La rigenerazione urbana è anche, e soprattutto, rigenerazione umana. Dietro ogni intervento c’è l’idea che i luoghi possano diventare dispositivi di relazione, antidoti alla solitudine, occasioni di incontro tra generazioni e mondi diversi.
«Le persone oggi hanno bisogno soprattutto di due cose: ritrovarsi e stare insieme», osserva. «Viviamo in una società piena di solitudini». È da qui che nasce il valore più profondo di Retake: non solo ripulire uno spazio, ma creare contesti in cui le persone possano sentirsi utili, riconosciute, parte di qualcosa.
Milone porta l’esempio degli anziani che partecipano alle attività mettendo a disposizione competenze pratiche, ma anche dei ragazzi, compresi i minori coinvolti in percorsi del circuito penale. «Quando partecipano alla rigenerazione di una piazza, di una scuola vandalizzata o di un giardino degradato, rinascono», dice. «Lavorano insieme agli altri, raggiungono un obiettivo concreto, vengono riconosciuti dalla comunità. È così che si costruisce autostima».
La sfida delle scuole è il futuro della fondazione
Uno degli ambiti su cui Retake punta di più per il futuro è quello scolastico. Milone insiste su questo aspetto: educare non basta, se tutto resta astratto.
«I ragazzi sono già bombardati da immagini e messaggi sull’ambiente. Ma portarli a raccogliere in un’ora 14 mila mozziconi di sigaretta da una strada apparentemente pulita del centro di Bari ha un impatto enorme. Vale più di tante parole».
La dimensione educativa, quindi, non si esaurisce nella teoria, ma passa attraverso l’esperienza. Per questo Retake vorrebbe entrare sempre più stabilmente nelle scuole, offrendo percorsi pratici di cittadinanza attiva. È uno degli obiettivi più importanti della Fondazione, insieme alla necessità di rafforzare la struttura organizzativa. Per Milone, infatti, il volontariato da solo non può reggere tutto: servono continuità, coordinamento, collaborazione con le istituzioni e, dove possibile, anche figure retribuite in grado di sostenere il lavoro quotidiano.
Una rivoluzione gentile
L’esperienza di Retake insegna che fare del bene è terapeutico. «E ci siamo resi conto che anche un’altra cosa è vera: la bellezza aiuta». Per Milone, infatti, la cura degli spazi non è un fatto secondario né puramente decorativo. La bellezza, come la natura, ha un effetto profondo sul nostro modo di vivere, sul benessere individuale e collettivo, sul rapporto con i luoghi e con gli altri.
Si tratta di una rivoluzione gentile. Non si cambia una città con l’aggressività o il moralismo, ma con la costanza, l’ascolto, il sorriso, l’esempio. «Con le maniere forti non si ottiene nulla», conclude Milone. «Fare i moralizzatori non serve a niente. Bisogna costruire alleanze, non conflitti».
In fondo, è proprio questo che Retake prova a fare ogni volta che ripulisce un parco, ridipinge un muro, coinvolge una scuola o riattiva un angolo dimenticato della città: ricucire legami dove c’era distanza, generare fiducia dove c’era abbandono, restituire vita dove sembrava esserci solo degrado.



